Vocabolario del dialetto di Barni. Storia dell’autoritratto (linguistico) del paese

Escrito por 
Valora este artículo
(10 votos)
Barni. Un paese in posa 80 anni fa Barni. Un paese in posa 80 anni fa Parrocchia di Barni

"Le storie sono come fari e come riflettori. Illuminano parti di palcoscenico lasciandone altre al buio".

Preàmbolo. Il Vocabolario del dialetto di Barni (VDB) non viene solo. Il Vocabolario etnografico-etimologico dei dialetti delle valli dell’Adda e del Mera è la finalità per cui è nato l’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasco (IDEVV) da anni egregiamente diretto da Remo Bracchi e Gabriele Antonioli. Con quest’obiettivo, del 1995 è il Dizionario etimologico grosino (Bracchi - Antonioli); del 2002 il Dizionario tellino (Banchi - Berti); del 2003, la nuova edizione del Vocabolario dei dialetti della Val Tàrtano (Bianchini - Bracchi) che, con l’aggiunta della parte etimologica, contribuisce a rendere l’omonima valle una delle zone meglio conosciute ed esplorate dell’intera Italoromania. Lo stesso Max Pfister, direttore del Lessico Etimologico Italiano (LEI), che esemplificando costituisce la Treccani in campo dialettologico, ricorda quanto il dialetto è il testimone di un fondo culturale insostituibile e andrebbe progressivamente perdendosi se opere come questo dizionario non ci conservassero un simile preziosissimo patrimonio, che dovrà essere custodito gelosamente anche dalle future generazioni. Il Vocabolario di Samòlaco (Scuffi), in Val Chiavenna, è stato recentemente dato alle stampe. Se poi guardiamo poco oltre il confine l’esperienza è quella di cento anni di ricerche in questo campo. Con il Lessico dialettale della Svizzera italiana (LSI), edito dal Centro di Dialettologia e di Etnografia (CDE) di Bellinzona e voluto dai Cantoni Ticino e Grigioni, sono diventate memoria del paese – in 5 volumi e 6000 pagine – più di 57.000 voci, 190.000 modi diversi di pronunciarle, 500 soprannomi di abitanti delle varie località, 1000 voci di gergo. Le ricerche in ambito linguistico ed etnografico coordinate dalla Provincia di Como nascono invece nel 2001, con la collaborazione con l’IDEVV. E’ lo stesso Bracchi – al Convegno di Cernobbio del marzo 2002 – a tenere a battesimo l’Istituto Comense per il Dialetto e le Tradizioni (ICDT), sezione di lavoro dell’Ufficio Cultura stesso, e a ricordare come il centro comense di cui si dava ufficialmente l’annuncio di apertura prendesse il nome significativo di Istituto Comense per la Dalettologia e le Tradizioni Popolari. Tra i relatori e gli invitati, alcuni appartengono al CDE, altri all’IDEVV. Fra gli obiettivi un futuro e auspicato Dizionario delle parlate comasche che accanto all’aspetto linguistico considerasse anche quello etnografico: non la compilazione di un lemmario che elenchi la voce dialettale affiancata dalla nuda glossa, ma la parola immersa nel proprio amalgama culturale, nel suo insieme vivo che si colloca entro un arco di tempo che conosce crescite e declini, in mezzo a tutte le cose che mutano portate alla deriva dal fiume dei secoli. Da qui al progetto Barni 2004: autoritratto (linguistico) di un paese il passo è breve. Del 2003 è l’incontro con Gabriele Iannàccaro (docente di Sociolinguistica all’Università Statale di Milano-Bicocca e del Centre d’Etudes Linguistiques pour l’Europe - CELE) e Vittorio dell’Aquila (ricercatore all’Università di Vasa in Finlandia e del CELE) e la successiva definizione dell’obiettivo: il Dizionario linguistico ed etnografico del paese di Barni. Il campo di ricerca, il territorio inteso come il luogo fisico in cui si è svolta la ricerca finalizzata alla raccolta d’informazioni per la redazione del Dizionario è stato così delimitato. I campi di ricerca, di solito, vengono definiti in base ai criteri più diversi e la decisione di intraprendere la raccolta linguistica sul paese di Barni è stata strettamente correlata al mio legame col territorio e alla mia disponibilità a coordinare la raccolta sul piccolo paese della Vallassina, in provincia di Como . L’attenzione al luogo fisico delimitava il campo in riferimento agli attori (coloro che agiscono nel contesto di paese con diversi ruoli) e alle attività svolte dagli attori (quelle linguistiche comprese) ben consapevoli che l'oggetto dell’osservazione non è il campo, ma un'unità molecolare del campo: Barni diventava il campo d’osservazione ristretto dove, grazie ai dati che ci sarebbero giunti filtrati da queste tre categorie, avremmo ottenuto elementi utili per il lavoro di ricerca. Ora non restava che trovare la collaborazione del paese in quanto gli abitanti del paese stesso sarebbero stati gli utili collaboratori che ci avrebbero fornito indizi e spiegazioni, che ci avrebbero permesso di comprendere e affrontare realtà diverse. Gli informatori del posto sono stati dei collaboratori che pur facendo parte dell'oggetto dell’indagine si sono configurati come un soggetto d’indagine “attivo”. Sono stati dei filtri umani ai quali va riconosciuto la percentuale di contenuto che hanno dato al lavoro sotteso alla realizzazione del Vocabolario del dialetto di Barni (VDB) . Senza dimenticare che i compilatori stessi del Vocabolario erano espressione dello stesso campo di ricerca, che hanno cercato di tradurre e riprodurre - anche se con tecniche e modi parziali – nella sua autenticità incontrata. Informatori e ricercatori sono diventati la lente attraverso cui è stato filtrato il microcosmo locale . L’autoritratto linguistico del paese Oggetto di raccolta linguistica era il dialetto di Barni e l’ambito di ricerca culturale era definito: l’autoritratto linguistico del paese, la volontà di descrivere non soltanto una lingua, ma di fotografarne la cultura materiale. Quali e quanti significati può avere un autoritratto? Gli autoritratti suscitano sempre un grande fascino anche per i tanti interrogativi che suscitano. Cosa vuole dire l'autore rappresentando se stesso? Cosa vuole farci vedere di sé? Forse qualcosa che nessuno riesce ad apprezzare? O forse è a se stesso che vuole comunicare qualcosa? A raccontarsi, ad autorappresentarsi, c’era un paese, che andava a toccare vicende umane, elementi che stimolano il pensiero e le emozioni. L’autoritratto ha un particolare rapporto con il tempo. Attraverso l’autoritratto, il dialetto di Barni si è andato configurando come un insieme di parole e di strutture che formano la trama della conoscenza del mondo da parte della sua comunità. La ricerca è durata due anni. Dal maggio del 2004, gli abitanti del paese sono stati coinvolti nella raccolta e nello studio delle espressioni materiali e spirituali della civiltà locale e delle testimonianze culturali quali leggende, usi religiosi, ciclo della vita, ciclo dell’anno. Oltre alle parole, la ricerca è stata attenta a raccogliere e a classificare anche le espressioni linguistiche della comunità: i proverbi, i paragoni standardizzati, eventuali gerghi o usi gergali, i testi nelle varietà locali, gli etnotesti orali con metodologie legate all’esperienza della scuola Wörter und Sachen (WuS) . L’indagine linguistica si è affiancata - come metodo di ricerca - all’indagine ergologica nella convinzione che, nelle indagini lessicali ed etimologiche, è necessario non disgiungere lo studio delle parole da quello delle cose e degli oggetti che esse designano, nonché dei processi. Infatti, c’è una stretta interdipendenza fra il mutamento linguistico e il cambiamento sociale in quanto i mutamenti in atto in una società si rivelano anche nei cambiamenti nella sua cultura materiale. La cultura materiale ha così diretta ripercussione sul cambiamento sociale e, di conseguenza, anche sul mutamento linguistico. Ogni pedina si trovava così al suo posto. Il gruppo di raccolta era definito e la raccolta linguistica che si andava predisponendo avrebbe visto la realizzazione di un vocabolario fatto dai parlanti, estensori in prima persona del vocabolario stesso. A tale scopo è stato appositamente elaborato un DB, basato sull’applicazione File Maker, per l’inserimento dei dati per la parte lessicografica. I parlanti sarebbero stati testimoni del proprio dialetto e i tre ricercatori che avrebbero raccolto il materiale da inserire nel DB, il Gruppo di ricerca, erano nativi del posto, inseriti nella comunità. Accanto ai parlanti si sarebbe posizionato il linguista, che fra i suoi obiettivi aveva quello di vedere come non linguisti (alias i parlanti) avrebbero fatto il vocabolario, le scelte che i parlanti stessi avrebbero messo in campo. La ricerca è stata continuamente sorvegliata dal linguista in molteplici modi, non da ultimo attraverso alcune impostazioni informatiche di schermate riassuntive di controllo dei dati. Focus Group. All’inizio della fase di ricerca sul campo, un Focus Group psicologico ha aiutato il gruppo di ricercatori locali che si sarebbero occupati dell’inchiesta linguistica sul paese a esplicitare la percezione del paese e della sua lingua da parte del gruppo di ricerca stesso. Il Focus Group ha permesso di indagare quali fossero le motivazioni e le aspettative del gruppo di ricerca e cosa avrebbe dovuto rappresentare il vocabolario per la comunità . Ne è emerso il vissuto di Barni da parte dei ricercatori, i tratti caratterizzanti e quelli aspirazionali, il posizionamento della lingua nella comunità e i valori attribuiti alla realizzazione del vocabolario. Dal Focus Group è emersa la volontà di rappresentare nel vocabolario che si stava realizzando la totalità della realtà che si voleva descrivere, di vedere il vocabolario come un sostituto di quel museo etnografico o della casa contadina che non si sarebbero potuti costruire, un regalo da fare a una persona lontana - a una persona che non può più vivere in paese - per fargli sentire il profumo della comunità. Una dispensa, l’Artusi, un vero compendio, uno specchio, uno scolapiatti che filtra parole, un autoritratto. Ne è emersa forte la forma del vocabolario visto come una scatola che contiene per ritrovare, per non disperdere. Un autoritratto linguistico del paese. In due anni si sarebbe setacciato il paese in una sorta di caccia al tesoro alla ricerca di parole che avrebbero permesso al piccolo paese della Vallassina di presentarsi al mondo con il vestito della festa, attraverso le cose notevoli che avrebbero rivelato la sua identità linguistica e culturale. Un gioco a cui il paese era chiamato a partecipare affinchè la rappresentazione fosse corale e collettiva. La Maschera di inserimento. La raccolta linguistica è confluita in un DB appositamente elaborato, basato sull’applicazione File Maker. Questo ha permesso l’inserimento dei dati per la parte lessicografica e la realizzazione finale del vocabolario. Il DB era strutturato in base a una Maschera di inserimento. Aprendo il file si accedeva a una schermata che permetteva sia di inserire dati che di consultare o correggere dati già inseriti. Una seconda schermata divideva il DB in due parti: quella dedicata all’inserimento di parole singole (Lessico) e quella per i testi (Etnotesti). Scegliendo l’opzione “Etnotesti” si arrivava alla maschera di inserimento dei testi che permetteva di scrivere, a volontà, il testo nella casella “testo”, la fonte e eventuali note. Scegliendo l’opzione “Lessico” si arrivava alla maschera per le parole singole: si inserivano la parola, il corrispondente italiano (lungo a piacere, anche con eventuale spiegazione della cosa che designa), la fonte e eventuali note. La scheda raccoglieva, a sua volta, le parole già scritte, che si potevano scorrere per visionare o revisionare. Un paese a caccia di parole. La raccolta linguistica si è svolta in più fasi. Punti nodali di confronto e di decisioni sono state le serate presso il municipio (alle quali era invitata tutta la popolazione), gli incontri pubblici (a rotazione, nei pochi bar o ristoranti del paese), le interviste individuali, le scatole del dialetto (posizionate in alcuni bar, negozi e presso l’ufficio postale). Durante la fase di pianificazione della raccolta mi sono recata presso il comune di Barni per ottenere l’Elenco sintetico dei cittadini aggiornato al 15 gennaio 2004. L’elenco, ordinato in modo decrescente, dalla persona più anziana a quella più giovane del paese, mi ha permesso di individuare le fasce d’età e di prendere visione del luogo di nascita degli abitanti del paese. Altro strumento utile è stato la Rubrica telefonica. Quasi tutti i nominativi presenti in elenco sono stati da me ripetutamente contattati telefonicamente - sin dall’inizio della ricerca - per spiegar loro la finalità della raccolta ed invitarli a recarsi presso il luogo del prossimo appuntamento in calendario. Nella facilitazione della comunicazione con la popolazione non è da sottovalutare il fatto che io e gli altri due ricercatori fossimo inseriti nel paese: quando si vive in una piccola comunità c’è la conoscenza di lunga durata, l’albero genealogico comune che può favorire i contatti diretti fra le persone. La comunità ripropone quegli elementi di confidenza e di intimità, di reciproco e immediato riconoscimento. La comunicazione è fluida e immediata, un certo grado di comprensione fra i soggetti c’è già, non bisogna costruirsela. Una sorta di comprensione che precede ogni sorta di accordo o di disaccordo e che dovrà fare i conti con livelli di comprensione più formali dove avrebbero potuto emergere anche differenti punti di vista sul mondo e sulle cose. L’attenzione al mondo del parlante è stato il quadro di riferimento fondamentale della ricerca e la collaborazione fra il ricercatore e il parlante sono state l’unità metodologica di base al fine della raccolta di informazioni inerenti l’attività linguistica e la coscienza linguistica dei barnesi. Il parlante nativo o acquisito è testimone del suo dialetto, informatore in prima persona, partecipe della lingua e della cultura del gruppo da indagare. Infatti, la soggettività del parlante rispecchia e interpreta nei suoi giudizi - ma anche nei suoi atteggiamenti meno manifesti e nella sua mentalità complessiva - i mutamenti in atto sia a livello della cultura materiale sia a livello linguistico. Il gruppo di ricerca aveva un’idea di quello che gli serviva, aveva un fine concordato con il coordinamento della ricerca, aveva facoltà di condurre inchieste in proprio, interrogando i testimoni per accedere a conoscenze che non conosce personalmente o per verificare, confrontare e ampliare il suo universo conoscitivo in merito alle tematiche indagate. Negli incontri di gruppo, non doveva esistere nessuna preclusione nei confronti delle tematiche o dei contenuti da affrontare e l’argomento, la “struttura” da seguire non ha mai avuto la preminenza sul libero organizzarsi dei pensieri dell’interlocutore che racconta la sua vita e la sua cultura. Il metodo è stato quello di avviare una conversazione per dare spazio alle libere associazioni linguistiche dell’interlocutore perché c’è un’informazione esplicita e un’informazione implicita, un non detto che spesso emerge nel sottile gioco fra l’intervistatore e l’intervistato, il ricercatore e il parlante. L’inchiesta linguistica ha avuto un carattere di eccezionalità nei confronti della vita abituale degli informatori e ha costituito senz’altro un’intrusione nel mondo degli abitanti del paese. Il ricercatore, poi, non era una tabula rasa, ma qualcuno che aveva le sue aspettative, la sua formazione. Nella ricerca è stata fondamentale la predisposizione all’ascolto senza preconcetti o senza soluzioni preconfezionate. Trovare conferma di quello che si aveva già nella mente è stata una parte naturale della ricerca, ma si trattava di aprire nuovi spiragli, percorsi della comunità dimenticati o non detti perché - all’apparenza - potevano essere ritenuti da qualcuno banali, scontati, non significativi. Ci siamo così costruiti un paese a caccia di parole, per un dizionario che è una fotografia a una realtà che si è cercata di rendere nel modo più naturale possibile, benché si tratti sempre di un’interpretazione. Il Gruppo di ricerca ha deciso anche di raccogliere fotografie e di redigere appositamente alcuni disegni a matita di oggetti nominati nel vocabolario, alcuni dei quali sono stati inseriti nell’edizione definitiva del volume. Sopravvivere in un vocabolario? Alcune criticità della raccolta. Durante lo svolgimento della raccolta, ci si è trovati a fare i conti con alcuni punti nodali. Il primo nodo da diramare è stato quello inerente la scelta di quali parole inserire nel vocabolario. L’attività di stesura del vocabolario ci ha fatto presto rendere conto di essere continuamente a un punto di partenza, che la parola tutto era relativa e che quanto stavamo cristallizzando nel vocabolario non era altro che una parte di ciò che la patina del tempo e dell’uso ci avevano permesso di rintracciare e di annotare, nel tentativo di salvare qualcosa la cui perdita era ormai legata al non uso della parola e alla sua conseguente caduta nel dimenticatoio. Anche le parole subiscono una sorta di selezione naturale: se un organo si atrofizza o si trasforma in base al suo uso (o non uso), lo stesso vale per le parole che non sono oggetti privi di vita, ma portano con sé e in sé più di quanto designano. Ci siamo dovuti arrendere di fronte al fatto che l’idea di mettere tutto in un vocabolario è un’operazione impossibile. Quindi la scelta del Gruppo di ricerca in riferimento a quali parole inserire è stata la seguente. Sicuramente le parole che venivano ricordate, perché se una parola non era più usata e non era più ricordata, era persa. Ma questa è una scelta scontata e naturale. Particolarmente sentita dal Gruppo di ricerca è stata l’“emergenza parole” e il vocabolario poteva costituire un buon Pronto soccorso in proposito. Infatti, nell’ambito della parole ricordate c’erano parole considerate più “vecchie” e parole ritenute più “nuove”. Se sembrava più degna l’operazione di inserire parole dal sapore più arcaico come smusinà ‘piovvigginare’ o stramüscià ‘stropicciare’ perché mai inserire parole come armàdi ‘armadio’ o gatt ‘gatto’, per loro natura più famigliari perché simili alla forma italiana? Si poneva quindi il problema della scelta e dei criteri che dovevano soggiacere a questa scelta. La questione si è protratta all’interno del Gruppo di ricerca per tutto il dispiegamento del lavoro di raccolta e, al di là delle convinzioni di ciascun singolo ricercatore, si è deciso di inserire nel futuro vocabolario tutte le parole che sarebbero state incontrate e ricordate durante la ricerca. Del resto non stavamo facendo soltanto un’opera di archeologia delle parole, ma un autoritratto. Inoltre, gli uomini hanno le gambe e non le radici. Le parole camminano con gli uomini, sono infinite così come i modi di dirle. E qui si è giocato il secondo nodo della ricerca: tutti erano portatori di parole e - pertanto – tutti avrebbero potuto partecipare al gioco. Il punto critico è ruotato intorno al fatto che qualcuno si sentisse più di Barni rispetto a qualcun altro. Linguisticamente tradotto corrispondeva a: ‘io dicevo così quindi è così. Se tu dici in un altro modo e io non l’ho mai sentita sbagli tu’. In realtà anche chi è venuto in paese da fuori ha una percezione del paese e del dialetto e può dire qualcosa sul dialetto di Barni, anche solo per confronto rispetto al luogo di provenienza. Il terzo nodo si è giocato intorno al fatto che il vocabolario non avrebbe dovuto essere una lista di parole ma un’opportunità unica per salvare la lingua ma anche la propria identità culturale. Bisognava stilare liste di parole ma le parole sono la propria esperienza, la propria vita collettiva. Il Gruppo di ricerca ha così deciso che il vocabolario sarebbe stato lo scrigno dove mettere parole ma, per quanto possibile, i lemmi d’entrata sarebbero stati gli ancoraggi per raccogliere etnotesti e testi enciclopedici riferiti alla parola stessa. Le parole non vengono mai sole: esprimono una cultura, hanno a che fare con la conoscenza del mondo da parte di una comunità e con la trasmissione della cultura (conosciamo e riconosciamo il mondo). Il Gruppo di ricerca ha subito condiviso l’idea che il lemma sarebbe stato - per quanto possibile - presentato nella sua amalgama culturale, nella visone del mondo a cui questa parola richiama e di cui si serve per tramandarsi. Il vocabolario sarebbe stato la presentazione del paese al mondo e da qui è discesa la scelta di come avremmo trattato le voci. La struttura del lemma sarebbe stata quella del vocabolario, ma i singoli lemmi sarebbero stati trattati in maniera diversa in relazione al differente approfondimento del termine stesso che sarebbe stato fatto durante il lavoro di raccolta. Nel vocabolario è possibile pertanto rintracciare lemmi con traduzione, altri con traduzione e semplice illustrazione del concetto, altri ancora con traduzione, illustrazione del concetto enciclopedica e etnotesto. Non è stato possibile scavare tutti i lemmi con la stessa profondità e questo è corrisposto a una diversa lunghezza nella definizione dei vari lemmi d’entrata. Il punto critico è stato quello inerente il dolore per la morte dei vocaboli e i vocaboli muoiono quando nessuno parla più la lingua. Il quarto nodo si è giocato intorno al problema della grafia. Dire che ogni individuo è la lente attraverso cui filtra il mondo può essere tanto vero quanto banale. A pensarci bene ci si trova sempre a fare i conti la soggettività di ciascuno e con il suo punto di osservazione particolare dal quale guarda al mondo. La dialettologia si costruisce col rapporto fra gli uomini e tra gli uomini e nucleo portante della ricerca è l’inchiesta linguistica. Nell’inchiesta linguistica interagiscono il ricercatore e il parlante e il ricercatore deve considerare che avrà sempre dati filtrati dal personale filtro interpretativo del parlante. Del resto anche il ricercatore ha teorie anche linguistiche sul funzionamento della comunità che sta indagando e va a verificare queste teorie sul campo. Per mettere meglio a fuoco il problema di quale grafia utilizzare nella compilazione del vocabolario, il Gruppo di ricerca ha cercato di mettere a fuoco, nel Focus Group, chi avrebbe dovuto leggere il vocabolario stesso. La risposta del Gruppo di ricerca è stata la seguente: gli abitanti, conoscitori del dialetto che si aspettano di vederlo scritto in un determinato modo. Da qui è derivata la necessità di trovare una forma di grafia capibile ed essenziale. La scelta della grafia non è stata fatta a priori dal GB (anche perché noi tre ricercatori avevamo concezioni leggermente diverse sul tipo di grafia da utilizzare) e ciascun ha continuata ad inserire nel DB le forme grafiche che più riteneva corrette o migliori per rendere un determinato suono. Pertanto il DB ha accolto – all’inizio della ricerca - registrazione di forme scritte spontanee a livello ortografico, lessicale, morfologico (alias ‘le parole come vengono’). Del resto trascrivere una lingua e darle un’ortografia sono due cose diverse: “trascrivere” per registrare è un’azione che rimane nel campo dell’oralità, mentre con l’ortografia entriamo nel mondo della scrittura. Fra le soluzioni spontanee emerse nella grafia i casi più frequenti sono stati quelli della discrepanza fra l’ortografia e l’italiano o della sovrapposizione e quasi in modo naturale, poco alla volta, noi ricercatori ci siamo uniformati convenendo verso le forme che ritenevamo più funzionali. In caso di sovrapposizione il riferimento è stato quello di tenere per buona la grafia più vicina a quella italiana tenendo conto che ormai, noi siamo alfabetizzati in italiano. All’interno del Gruppo di ricerca è emerso proprio il concetto di alfabeto italiano piegato per esprimere il tipo di grafia del dialetto di Barni. C’ è da considerare il fatto che nei momenti di incontro con gli informatori spesso ho sottoposto loro delle brevi e semplici frasi scritte in milanese, secondo la grafia di Carlo Porta, e ho verificato che gli anziani avevano difficoltà nella lettura di quanto gli presentavo perché - non conoscendo la lingua francese - non riuscivano a leggere tutti i lemmi contenuti in modo naturale, creando delle storpiature fonetiche di parole che in realtà conoscevano bene. In fase di redazione finale, i lemmi di entrata del vocabolario sono stati un ulteriore compromesso e un nuovo momento di incontro e di verifica fra noi ricercatori. Dire chi siamo prima che il tempo lo porti via (il dialetto) Abbiamo visto che il vocabolario è una forma di sopravvivenza, ma cristallizza una volta per tutte ed è parziale. Che non tutta la lingua ci sta in un vocabolario, e soprattutto non l’idea che ciascuno di noi ha della lingua. Che un vocabolario è un compromesso. Il VDB è stato una modalità di incontro, uno specchio per la comunità in prospettiva storica, un riflesso della sua vita nei suoi aspetti materiali, morali, economici e culturali. Da sempre gli uomini hanno le gambe e le parole camminano con gli uomini. Ma i veloci cambiamenti degli ultimi decenni hanno portato il dialetto verso cambiamenti repentini, mai visti nei decenni precedenti. Per questo il VDB è stato il tentativo di ‘dire chi siamo prima che il tempo lo porti via (il dialetto)’. Del resto lo stesso Iannaccaro ben capisce e annota quest’aspetto sotteso al lavoro del gruppo, quando scrive: “Il Vocabolario di Barni è un mondo intero, è il paese visto dai suoi abitanti, è l’estremo tentativo di un atto d’amore prima che la vita lo porti via. E come tale va rispettato, ed è stato rispettato: il Vocabolario di Barni è il vocabolario come i curatori lo hanno voluto; poi, certo, usabile anche dagli altri, e fra questi altri dai linguisti” . Il VDB può essere ben rappresentato dal termine nostalgia, parola spesso usata con un’accezione negativa, da superare. Nostalgia è in realtà un termine carico di significati, che trae la sua etimologia dai termini greci nostos ‘ritorno’ e algos ‘dolore’. Nostalgia ha un significato etimologico denso che si richiama al “ritorno al paese”, all’“andare” a casa. La nostalgia è il desiderio malinconico e violento di “tornare in patria”, ossia di rivedere i luoghi dove passammo l’infanzia e dove albergano oggetti cari. Niente cade meglio di questo termine nel tentativo di definire meglio il vocabolario. Viaggiare nel tempo è possibile da sempre attraverso la nostalgia e, di certo, questa parola ha un significato molto profondo in ognuno di noi, anche se non ce ne rendiamo conto. Dal momento in cui il mondo ci riceve, iniziamo un viaggio arricchito da un bagaglio personale ma condiviso con chi fa parte della nostra terra. Questa esperienza comune la viviamo insieme ad altre persone alle quali si è uniti dalla propria cultura costituita da una lingua, tradizioni, religione, sistema politico e tanto ancora. È in questo ambiente che si impara a stare al mondo, a guardarlo in un certo modo e, soprattutto, ad amarlo, sia esso fatto di ghiaccio, di sabbia o di jungla. Sarà sempre la piccola patria che - malgrado tutte le bruttezze che possa avere - quando da essa ci si allontana, si soffre, come riesce bene a dire C. Zavattini nel suo Un paese del 1955: Quando arrivo da fuori, appena tocco questa mia zona natale, comincio senza accorgermene a parlare in dialetto. Nessuno crederà che una volta ebbi la voglia repentina di mangiare del pane del mio paese, così partii sui due piedi da Milano, e quella notte mi addormentai col letto pieno di briciole. Così come una pianta che viene trapiantata perde un po’ della propria bellezza assumendo un aspetto un po’ smorto così l’uomo, le cui radici - venendo smosse - producono un senso di confusione, facendo affiorare nostalgicamente i ricordi della vecchia e buona terra che l’ha visto crescere. Una vecchia canzone, il sapore di una pietanza particolare, una fotografia o la conversazione con gli amici hanno il potere di farci viaggiare nel tempo e farci rivivere quel momento talvolta in modo molto più bello di come è o come è stato in realtà. Recenti studi scientifici proverebbero che questa idealizzazione abbia un effetto positivo sulla nostra salute mentale, ci aiuti a combattere la solitudine, l’autostima, fortifichi i rapporti sociali e faccia sì che la vita abbia più senso. Tanti sono i benefici che possono essere tratti da questo sentimento, che alcuni hanno deciso di impacchettarlo e di venderlo. Nei negozi di antiquariato dove si può trovare un pezzo di storia che forse ricorda la casa dei nostri nonni o un tempo passato che può ancora mantenere la propria vitalità all’interno delle nostre casa. Nei negozi Vintage, dove è possibile trovare ogni sorta di articolo, anche banale ed economico, non necessariamente prodotto all’epoca, che può aver accompagnato la vita quotidiana dei decenni passati. È possibile ritrovare vecchi LP, vestiti, arredamento per la casa e persino confezioni di caramelle ormai estinte da tempo. Piccole futilità che conservavano un’affinità funzionale con l’antiquariato: quella di far rivivere il passato, collegarci attraverso la nostalgia con momenti felici precedentemente vissuti che evocano - nel presente - la gioia che abbiamo sperimentato tanto tempo fa. Che un vocabolario dialettale possa assolvere alla stessa funzione? Ma soprattutto, come si può avere nostalgia della patria, restando in patria? Forse la risposta è strettamente connatura alla fluidità sociale nella quale siamo immersi che, mentre da un lato ci rende insicuri, dall’altro ci offre cancel o delete per tornarci dentro. La transitorietà ha sostituito la durevolezza e gli ultimi cinquant’anni hanno visto cambiamenti mai visti dalle civiltà che ci hanno preceduto, la cui velocità è all’ordine del giorno. È lo stesso Z. Bauman ad usare la metafora della liquidità per descrivere il mondo moderno: "Una società può essere definita 'liquido moderna' se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure. Il carattere liquido della vita e quello della società si alimentano e si rafforzano a vicenda. La vita liquida, come la società liquido-moderna non è in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta a lungo." Viviamo in un mondo accelerato che provoca senso di incertezza e crisi di identità. In una società moderna dai contorni difficili da definire che crea insicurezza e paura, la globalizzazione implica motivi di insoddisfazione che sono perfettamente chiari a chiunque abbia occhi per vederli. E il mondo globalizzato è destinato a morire di paura. Se l’io è costretto a cercare continuamente casa in questo mondo complesso, a ridefinirsi, cambiano di segno anche aspetti socio-culturali e realtà che credevamo più incontaminate, immutabili. Anche a Barni. Il VDB non è però una sterile corsa contro il tempo cercando di ‘salvare il salvabile’, ma il tentativo di recuperare le radici perché l’identità di ciascuno nasce dai ricordi e di ricordi vive. Sentirsi parte di una comunità aiuta a percepire la propria identità come parte di una comunità più ampia che ci plasma e ci circonda, aiuta a farci ricordare ‘chi siamo’. Un viaggio nella memoria del paese, quello che è oggi così come quello che è stato ieri. È scoprire come la nostra identità personale possa nascere da ciò che rammentiamo del passato. E da ciò che abbiamo dimenticato. Il VDB è stato percepito come una casa, come un tornare a casa. Ora il paese di Barni esiste linguisticamente con la sua propria misura, in una visione finita e infinita al contempo. Un microcosmo che assume una cifra più vera, autentica e universale. Può darsi che, infine, il VDB abbia valore soltanto per me. Quel progetto, che è soltanto un progetto, come la prima idea di un soggetto, e niente di più, ha per me avuto il valore di una dichiarazione d’amore, non solo al mio Paese, ma a tutti i luoghi della terra nei quali abitano almeno due persone. È stato il mio paziente inoltrarmi nei luoghi, nelle persone, negli interessi di tutta questa gente che aveva tante cose in comune con me, fosse il solo modo per cercare, goccia nel mare, di entrare nella storia. Per questo auguro che Barni sia un punto di partenza per molti perché basta trovare delle modalità di incontro e le parole aprono un mondo che è ancora presente dentro di noi, ma che il tempo – forse inesorabilmente – sembra apprestarsi sempre più a farci dimenticare.

Posizione

22030 Barni CO, Italia

Archivio Partecipato

Ricerca nell'archivio

Filtra per Tag

Cerca nel Polo Bibliografico - Università di Torino

Cerca in Opac SBN

Guida all' Archivio

tasto-GUIDA