Toponomastica lariana. Il sostrato ligure

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Toponomastica lariana Toponomastica lariana

Storia di Como Antica di Luraschi[1] apre un’affascinante squarcio sulla toponomastica comasca. L’ipotesi che molti toponimi comaschi siano spie del sostrato ligure del territorio e della sua antica organizzazione diventa uno dei metodi attraverso cui, alla luce delle fonti esaminate nel loro insieme, l’autore ricostruisce le strutture politico-sociali della comunità comasca preromana. Ai Liguri Neolitici, che si suppone abitassero il comasco prima dell’arrivo dei Celti golasecchiani, viene fatta risalire l’origine del suffisso - asco, - asca che indicava le zone pascolive di proprietà comune agli abitanti di uno stesso vicus (sede della formazione politica più vasta e complessa) o terre a bosco ed a pascolo aperte agli usi di uno o più vici. Le orde celtiche sembrano essere state arrestate sul fiume Lura (idronimo di estrazione ligure) da parte degli indigeni e in questo contesto (e in quello che fa seguito all’espansione gallica del V sec. a.C.) si collocano le fonti antiche che contrappongono gli abitanti della zona (Liguri) ai Galli, affermando che i primi preesistevano e abitavano i monti mentre i secondi, sopraggiunti in epoche più recenti, si disposero al piano, fatto toponomasticamente confermato dalla diffusione del suffisso ligure –asco al monte e di quello celtico e romano in –acum, -ago al piano. A ulteriore conferma i termini a base preindoeuropeo (verisimilmente ligure) alp-, alb-, mell; berg- con cui si indicano le comunità d’altura e le zone montuose. Secondo lo stesso Plinio il Vecchio, Como fu una fondazione degli Orumbovii, antica popolazione che abitavano la zona delle Prealpi, forse i Liguri dell’età del Bronzo che in seguito ai movimenti delle popolazioni celtiche armate si rifugiarono sulle montagne. E proprio con gli Orumbovii potrebbero essere identificati, secondo Luraschi, i Liguri dell’età del bronzo (gli abitanti dei monti) che forse in seguito ai movimenti delle popolazioni celtiche armate si rifugiarono sulle montagne varesine, comasche e bergamasche. In occasione di tali eventi la lingua indigena preindoeuropea subì un processo di indoeuropeizzazione a causa della commistione con le parlate celtiche e potrebbe essere fatto risalire il primo insediamento stabile di un nucleo di popolazione sulle colline meridionali di Como e ricollegare il nome stesso della città a quei primi abitatori liguri. Probabilmente la zona preferita per quei primi stanziamenti tardo-enei fu quella più elevata, naturalmente meglio protetta, posti in situazioni ideali di esposizione e di avvistamento. In questo ambiente, alla fine dell’età del Bronzo, poche ma compatte comunità impiantarono le forme di un insediamento stabile (quello che chiamano il villaggio ligure di Rondineto). Erano comunità di tipo gentilizio che sulle colline riprodussero le caratteristiche strutturali e politiche della società palafitticola. Sulle colline di San Fermo, di Prestino e di Rondineto perdura dunque il regime sociale dei nuclei palafitticoli che, situati a breve distanza gli uni dagli altri, vivono in condizioni di autonomia politica ed economica. Ciò è confermata dalle necropoli (Cà Morta, S. Fermo, Prestino, Vergosa, Rebbio, Moncucco, Villa nessi, Val di Vico, Via Gorio) che hanno tutte restituito corredi di fase Protogolasecchiana (facies di Ascona); dai reperti litici di chiara estrazione palafitticola; dai numerosi cocci ritrovati. In base alle strutture che ci sono state tramandate è verosimile che le forme materiali di stanziamento dei protocomensi a cavallo del primo millennio a.C. sono la domus (sede della famiglia, un gruppo parentale ristretto) e il vicus  (sede della formazione politica più vasta e complessa, la gens), distribuiti su un vasto territorio che doveva ospitare non meno di una quindicina di villaggi indiziati dalle molteplici necropoli che hanno tutte restituito materiali della facies di transizione tra l’età del Bronzo e quella del Ferro. In riferimento agli studi di Luraschi, almeno sette od otto villaggi dovevano esistere sul complesso collinare Monte Croce – Baradello (verosimilmente serviti dalle necropoli di San Fermo, le quattro di Vergosa, quella di Prestino, i sepolcri della Vigna di Mezzo e quelli della Cascina Respaù); altri sono ipotizzabili rispettivamente nei pressi delle necropoli della Cà Morta, di Rebbio, di Cardano, di Moncucco, di Villa Nessi, di Val di Vico e forse dell’area dell’attuale città, che i rinvenimenti di Via Gorio e di Via Benzi dimostrano frequentata sin dall’antichità.

Benché sia generalmente accettato che l’attuale piana di Como, in epoca preromana, fosse una inospitale palude da essa, però, emergevano le pendici di Brunate e Monte della Croce. Ai piedi della prima erano probabilmente situati uno o più stanziamenti preistorici: in tal senso i reperti di via Gorio - S. Agostino e il toponimo Coloniola di un vecchio borgo di Como, che rivela un’autonomia o un’antica organizzazione politica della zona. Ai piedi del Monte della Croce, sullo sbocco della Valle di Vico che ci ha restituito una necropoli con reperti di facies protogolasecchiana II, è attualmente situato l’agglomerato di Borgo Vico, che conserva nel nome e nelle strutture edilizie le tracce di un’antica origine; anch’esso ebbe presumibilmente una zona di influenza in direzione dell’attuale centro cittadino, come attestano la tomba di Via Benzi e forse il toponimo Prà Pasquèe (ager pascuus), fatti questi che Luraschi spiega risalendo ad un’epoca, anteriore alla fondazione della città murata, in cui era ancora possibile trovare zone deserte per le pratiche dell’allevamento e della pastorizia e per seppellire i morti. Comum dunque elaborò a partire dall’XI sec. a.C. in maniera autonoma e peculiare le forme della propria civiltà che solo nel VI sec. a.C. sbocciarono in manifestazioni di una diffusa opulenza. Gli abitati si ampliano e si estendono al piano, occupando gli spazi liberi. È l’impianto preurbanistico di quella che Livio chiamò Comun oppidum che probabilmente si collocava su un ampio terrazzo a mezza via tra il monte e il piano, sulle pendici del complesso collinare del Monte Croce dove ora sorgono gli abitati di Vergosa, Camerino, Leno, Prestino e Breccia. L’intera regione sarà dapprima conciliabulum (nel preciso senso di luogo di convegno delle popolazioni spontaneamente o coattivamente sottomesse a Comum) con capitale Comum, poi il distretto coloniale e municipale di Novum Comum con le sue civitates adtributae ed infine, senza sostanziali mutamenti, la diocesi ecclesiastica. Comum oppidum aveva il suo castellum sulle pendici più impervie del Monte della Croce. Altri luoghi fortificati potevano esistere in posizione particolarmente strategica, su alture site ai margini dell’abitato: in tal senso depongono il toponimo Castellaccio, attribuito a una località sopraelevata nei pressi di Lazzago ed il complesso archeologico concentrato sulla collina di Camerano-Vergosa, dalla quale si domina la valle del Severo. Attorno al castellum o all’oppidum si forma un’unità geopolitica che comprende uno o più vici (primitiva sede delle gentes, mantennero ancora la individualità territoriale, religiosa e politica delle origini), con le loro terre comuni; ciò che distingueva la comunità castellare e la collegava insieme alla contigua erano gli agri compascui, ed è l’appartenenza ad un castellum la sola qualifica che sembra dar diritto al possesso ed all’uso delle terre pubbliche della comunità rurale. Comum, vasto e munito oppidum, ben poteva essere la capitale sinecistica delle comunità sparse per un ancor imprecisato ager Comensis, del presumibile conciliabulum Comense, intendendo il termine nel suo significato politico di raggruppamento o federazione dei ventotto castella ricordati da Livio. In base alle fonti antiche a sud di Comum era Mediolanum la capitale degli Insubri e il territorio degli Insubri lambiva quello di Comum. A est, Bergomum, la città dei Bergomates. A nord e a ovest il territorio di Comum era cinto da una sequenza ininterrotta di popolazioni retiche e leponzie. Benché rimane tuttavia incerta l’identificazione dei popoli citati e la loro area di diffusione, Luraschi ritiene così delineato un confine etnico, se non geografico, del conciliabulum lariano, ma utile è l’indagine che tiene conto degli aspetti geografici della regione che vede, a sud, abbastanza netti i limiti naturali del territorio comense delineati dalla fascia delle ultime alture moreniche, ai piedi delle quali, ancor oggi, l’infittirsi di toponimi in –ago ed in –ano che testimoniano la penetrazione gallica e la successiva romanizzazione. Anche un’ulteriore conferma dell’ipotesi che i Liguri, fondatori della società comasca preferissero, per libera scelta o per necessità difensive, le alture al piano, dove cessa la nomenclatura più propriamente ligure del paesaggio agrario.

A questo punto Luraschi abbozza una ricostruzione topografica del conciliabulum Comense attraverso la corrispondenza fra le ventotto comunità castellari preromane e le ventotto pievi della diocesi comense e ricostruisce, a grandi linee, l’estensione delle comunità castellari e dei loro terreni concentrando l’indagine sul distretto delle pievi di Zezio, di Fino Mornasco e di Uggiate Trevano. Ricostruita l’estensione delle ventotto pievi si nota che ai margini delle stesse vi è una significativa nomenclatura del paesaggio che dà indizi circa la probabile esistenza di confini naturali di antica osservanza. Non c’è zona di confine tra le pievi comasche che non registri un toponimo in –asco, -asca o equivalenti. Desinenza che oltre a valere come spia etnica designa in ambiente ligure le terre compascuali. La proprietà  del suolo è, infatti, riferita al vicus (il che vuol dire alla gens), e vaste dovevano ancora essere le terre compascuali sia nell’accezione di terre comuni agli abitanti di uno stesso vicus che in quella di terre a bosco ed a pascolo aperte agli usi di uno o più vici. Conferme in tal senso ci vengono da documenti medioevali dell’area ligure che ripetono, per le terre comuni o compascuali, termini come vicanalia, viganalia, communia, communalia e simili e in tal senso deporrebbe la corrispondenza tra certi toponimi ed i loro aggettivi sostantivati in –asco ed –asca, che testimoniano la destinazione sia giuridica che di proprietà compascuale di questi ultimi. Nel comasco tali toponimi ancora esistenti o tramandatici dalle carte medievali sono numerosi e la connessione tra i toponimi ed il suo significato giuridico fu una geniale intuizione del Bognetti. Valga, Lucino e Lucinasco, Bernate e Bernasca, Mornago e Mornasco, Maccio e Macciasca, Rovello e Rovellasca, Veddo e Vedasca, Vigo e Viasco, Pura e Purasca, Morbio e Morbiasco, Muggio e Muggiasca, Limonta e Limontasca, Carlaccio e Carlasco, Molliano e terra molianascha, Seresio e vallis soresascha, Terniago e Ternasco. Ma anche Asso nella sua forma tramandataci dall’epigrafe romana conservata presso il municipio suona ASC, Rovasco (Nesso), Gallasco, Garnasca, Olgiasca (Piona), Gilasca (Ponzate), Arcellasco (Erba), a Barnaschi o Barnasci (antico nome di Barni che risulta dai documenti medioevali), Casasco, Dizzasco. Altri toponimi celto-liguri (talvolta ribattezzati in epoca longobarda) spia di terre compascuali potrebbero essere Barro, Baraggia, Baragia, Baragiola ‘terreno incolto e sterile’, Bruga, Brugera, Alpe, Nava ‘prateria, bassura paludosa’, Carra ‘terreno pietroso e sterile’, Gaggio, Gaggiolo ‘selva impenetrabile’.

Se si concentra l’indagine sul distretto delle pievi di Zezio, di Fino Mornasco e di Uggiate Trevano si può notare che la pieve di Zezio è la più vasta e che tutta la conca di Como cade sotto la sua giurisdizione, territorio fecondo di ritrovamenti protostorici. Basti ricordare San Fermo, Prestino, Rondineto, Civiglio, Albate, Rebbio, Capiago; oltre il fronte morenico, nella vasta pianura compresa tra Grandate, le colline di Fino Mornasco e Lucino si aprivano gli agri compascui e dove sono i toponimi del tipo prato pagano (con pagano probabilmente termine romano o medievale che sancisce il perpetuarsi di una comunione preromana) ed altri con formante in –asco erano il confine e le terre comuni fra Comum oppidum ed il castello di Fino Mornasco capo dell’attuale omonima antichissima pieve. Territori comuni e di confine fra le due comunità preromane potevano essere, come lo sono ora tra le due pievi di Zezio e di Fino, il tratto ancor oggi disabitato dalla sorgente alla confluenza con il Rio Acquanegra della valle del Seveso e parte del complesso collinare di Lucino, dove è una toponomastica compascuale abbastanza antica e coerente con il dato ecologico e geografico: nella valle troviamo Ronco, Ronchetto, Gaggio, Prato Pagano, Baroncello, Baragiola, sul colle Lucinasco (cui corrisponde al piano Lucino) che, a parte la desinenza comunitaria, riproduce nella radice il termine lucus ‘la sacra radura nel bosco, dalla quale fra i Liguri, forse, come fra i Latini, prendeva il nome la selva, in quanto selva sacra al culto ed al confine’. A sud i confini della pieve di Fino sono segnati dall’inizio deciso della pianura e Rovellasca, il suo borgo più meridionale che potrebbe rappresentare ad un tempo l’estremo limite della comunità di Fino e del conciliabulum Comense, così come lo è della diocesi; oltre v’erano gli Insubri con la loro potente capitale. Milano. A sud ovest un confine sembra indiziato da terre compascuali (Macciasca) e dal corso del Lura, che qui, per Luraschi, costituisce il termine ultimo e più sicuro (ricalcato dal municipium romano e dalla diocesi ecclesiastica) del conciliabulum Comense: valgono come prove le differenze culturali che fin dalla età del Bronzo segnarono il confine fra i protocelti di Canegrate (insediati ad appiano sulla destra del fiume) ed i Liguri comaschi, ma soprattutto la serie ininterrotta sulla sponda del fiume dei toponimi (partendo da Rovellasca): Barrè, Bosco dei confini, Baraggia, Manuasco, Boscarso, Prati di ronco, Brughiera, Runcaia, Baraggiola, Brugheriola, Brughè. Unica incertezza, i territori di Cadorago e Lomazzo, sulla destra della Lura, che parrebbero esclusi dall’area preromana, così come Luraschi l’ha ricostruita, pur facendo parte ab antiquo della pieve di Fino. Ma l’anomalia è solo apparente in quanto, lungo una linea che congiunge Bulgarograsso a Lomazzo, passando per Guanzate e che taglia un’ansa della Lura, dove appunto sono i due borghi, v’è un’altra fascia di toponimi compascuali: a cominciare da Bulgarograsso troviamo Baraggiola, la Brughiera, Gerbone, Cirimasca, Monvillasco e, nei pressi di Lomazzo, Manuasco. La doppia linea di confine da Luraschi ipotizzata, potrebbe dunque testimoniare due diverse fasi di espansione della comunità preromana. Sempre sul confine occidentale va notata la frequenza dei toponimi del tipo Monte, Cascina Monte, dove il termine, geograficamente improprio per modesti rilievi che appena s’elevano dal piano, sta a indicare, nel bel mezzo di un territorio pianeggiante, la zona destinata a pascolo o a selva comune. Analoga funzione economica dovettero avere tra le pievi di Fino e di Uggiate i toponimi Montano, Gironico al Monte e altri.

Sul lato sud orientale Luraschi collocare il confine lungo il bacino del Rio Acquanegra (toponimi: Careggio, Bareggia, Baraggiola, Cavedano) e, di poi, lungo la valle del Severo, fino ai pressi di Asiago, dove non mancano toponimi significativi, Baroncello, Cascina Pastura, Ronco, Cascina della Brughiera, Paltanedo, Monte Sordo (surdus può significare ‘inadatto alla coltura’), ma dove soprattutto indicative sono le condizioni geografico-ecologiche, ancor oggi caratterizzate da acquitrini, torbiere, pascoli, che mantengono minima la densità demografica.

Resta da verificare ora il confine nord occidentale del territorium di Comum oppidum, che pure Luraschi ritiene debba coincidere con quello dell’attuale pieve di Zezio. A nord è ben distinto dal territorio di Balerna (pieve omonima) dal valico di Chiasso e dal profondo tratto compreso tra i torrenti Roncaglia e Faloppa, tuttora semideserto ed acquitrinoso; sul crinale morenico alcuni toponimi indiziano l’antico confine, da oriente Morbiasc, Geasca, Dosso Pallanza (dalla radice ligure-leponzia pala ‘altura, pietra, tomba’), che esattamente traduce lo stato dei luoghi), Pasture, Campagna di mezzo, ai Prati, Ronco, ecc. A nord est anche la comunità accentrata intorno a Civiglio-Tavernerio ha il suo toponimo compascuale in Gilasca. Ad occidente, individua tra le pievi di Uggiate e di Zezio una nomenclatura ed una geografia di confine: la geografia morfologica presenta un fronte morenico, lungo una linea che tocca Pedinate, Drezzo, Parè, San Fermo, che nettamente distingue i due territori; in senso analogo depone la toponomastica: Bernasca, Bernaschina, e forse anche Pizzo Bruciato, Gerbo ed i frequenti Ronco, Roncate, Roncaccio.

Luraschi ritiene che anche la pieve di Uggiate Trevano possa risalire ad una comunità territoriale preromana anche se la zona, non ancora sufficientemente esplorata, è avara di reliquie di tale epoca. Confortano piuttosto i toponimi e la nomenclatura del paesaggio agrario che rivelano una notevole antichità di sostrato e significative analogie con l’onomastica delle zone circostanti. Tutt’intorno non mancano le tracce di una linea di confine e di terre compascuali; a partire da nord: Brusata, Monte Prato, al Gaggio, Monte Marrello, Ronco, Gaggiolo, Magiasca, Monte Morone, Pastura, Ronconcello, Gerbo, Monte Oliveto, Monte Arese, Barragia, ecc.

L’aver rilevato che i toponimi con la formante in –asco –asca ed altri indicanti le terre comuni, cingono il territorio plebano e che gli stessi debbono risalire, almeno in gran parte, ad un sostrato indigeno, consente anche di corroborare la tesi di una corrispondenza tra l’organizzazione preromana e quella ecclesiastica e di ricostruire quindi, sia pure a grandi linee, l’estensione delle comunità castellari e dei loro agri.

E’ probabile che nelle civitates ormai evolute verso le forme di una costituzione territoriale esistessero aree destinate agli usi comuni di tutti gli abitanti, avendo riguardo non più alla loro appartenenza a vici o gentes, ma uti singuli, per il semplice fatto di risiedere nel territorium della civitas: in tal senso potrebbero interpretarsi i toponimi del tipo prato comune, che, nei casi da Luraschi esaminati, non sempre appaiono, a differenza dei compascui intervicani, in zone decentrate o periferiche, bensì spesso in posizione centrale rispetto alla presumibile comunità preromana. Luraschi cita un prato comune a Como, a Civiglio, a Socco e rileva come, a sostegno dell’antichità del toponimo o quantomeno della destinazione del sito, depongano i ritrovamenti archeologici là avvenuti.

Luraschi, infine, ritiene che potessero esistere terre compascuali fra i conciliabula, forse zone disabitate od impervie di confine, piuttosto che terreni economicamente sfruttabili; potremmo in via di ipotesi e per il nostro territorio collocarle in corrispondenza con toponimi celto-liguri (talvolta ribattezzati in epoca longobarda) del tipo barro, baraggia, baragia, baragiola (‘terreno incolto e sterile’), bruga, brughiera e simili, alpe, nava e derivati (‘prateria, bassura paludosa’), carra e derivati (‘terreno pietroso e sterile’), gaggio, gaggiolo (‘selva impenetrabile’).L’età di mezzo avrebbe mantenuto le condizioni della preromanità, consolidando le più antiche strutture che rimasero tali anche durante l’amministrazione romana. Del resto, le tracce dei rapporti patrimoniali concernenti il suolo potrebbero essere espressione di coloro che primi hanno proceduto alla sua organizzazione e dallo studio dei documenti si evidenzia che raramente vi fu confusione, dall’Alto Medio Evo fino quasi ad oggi, fra terreni adibiti alla coltivazione e terreni destinati al pascolo e al legnatico e la nomenclatura è costantemente precisa.

Quindi, un’attenta ricostruzione geo-toponomastica permette a Luraschi di ipotizzare che la frequenza delle aree compascuali sono un retaggio vivissimo delle antiche consuetudini comunitarie e che le terre destinate a coltura e dissodate con il debbio a fuoco corrente dovevano essere lontane dai centri abitati e dal bestiame: Ronco, Brusa, Brusadell, Brusada, Boscarso, Pizzo Bruciato, Brusabosco, Brusché, ecc. sono ai margini della presumibile comunità viciana così come lontane dai terreni coltivati dovevano essere anche le zone di pascolo. Tale esigenza poteva essere assolta da molte località con formante in –asco, -asca (in dialetto comasco al suffisso –asc è legata l’idea del pascolo ed askulà è ‘il pascolare’); dai toponimi Gerbo, Gerbett, Gerbone dal lombardo zerb (acerbus) ‘terreno incolto, sodaglia’ o dal ligure sèrbu ‘terreno incolto’; dai toponimi Pradera, Pastura, Monte Prato e tutti i Monti; da alpe ‘rilievi’ o ‘piccole alture nel piano’, ricettacolo per le greggi in mezzo ai fertili campi coltivati. Caslino, Caslascio, Castelletto, Caslass, Castellazzo, Castellaccio, Castello che potrebbero celare l’esistenza di fortificazioni romane e medievali ma in altre zone è stata verificata la circostanza che tali località sopraelevate e ben protette possano aver avuto una funzione difensiva anche in epoca preromana. Lurati segnala anche il passaggio di s in r: Caslasc ‘Castellaccio’ diventerebbe Carlasc, Carlaccio in Valsolda o Casletto di Merone. Dell’area considerata da Luraschi sono: Fino Mornasco il cui etimo è ricondotto da Olivieri al latino finis ‘termine, confine’ mentre Mornasco potrebbe essere avvicinabile alla voce dialettale milanese mornée ‘mugnaio’; sul colle Lucinasco (cui corrisponde al piano Lucino) che, a parte la desinenza comunitaria, riproduce nella radice il termine lucus ‘la sacra radura nel bosco, dalla quale fra i Liguri, forse, come fra i Latini, prendeva il nome la selva, in quanto selva sacra al culto ed al confine’; Rovellasca, il borgo più meridionale della pieve, limitrofo a Rovello Porro, che potrebbe rappresentare anche l’estremo limite della comunità di Fino e del conciliabulum Comense (oltre c’erano gli Insubri). Erano, in origine, entrambi circondati da una sassosa brughiera e per tale motivo Boselli ricondurrebbe i toponimi a roa ‘frana, smottamento, sasseto’;Cadorago per il cui toponimo Olivieri, pur rimandando a quanto scrive Salvioni (Not., IV, 3) circa il novar. Campieno, Cadempleno propone un derivato da cadulus ‘bacino’ per essere il luogo circondato da piccole colline; Lomazzo che il latino ecclesiastico vorrebbe locus Maximus mentre il termine è fatto risalire da Olivieri a limes ‘limite, confine’ attraverso il derivato lime(d)àss ‘limitaccio’, forse da collegare con il fatto che il paese è diviso in due parrocchie appartenenti alle due diocesi di Milano e di Como; Trevano il cui etimo è secondo Lurati, voce di impianto romanzo e postula una derivazione dal latino trivium ‘incontro di tre vie’, luogo dove le strade si incontrano, punto nodale da fortificare per poterne meglio controllare l’incrocio.

Al fine di verificare, su un più ampio spazio, la verosimiglianza della sua indagine toponomastica, Luraschi ricorda a titolo esemplificativo alcune delle più evidenti conferme che ci provengono da altre zone lariane. Innanzi tutto nota che, anche in fregio alle pievi del lago, tuttora si conservano gli ormai noti antichi toponimi di confine indicanti pratiche compascuali e comunitarie; sono le tracce più significative dell’esistenza di un ordinamento preromano cui si sono sovrapposte più o meno fedelmente le circoscrizioni plebane; né mancano le prove di quell’antica frequenza testimoniata anche dalla carta archeologica del Bertolone. Sui crinali o nelle alte vallate dei monti lariani diffusissimi sono i toponimi compascuali Alpe, Selva, Pastura, Prati, Monti cui assai spesso si accompagna il nome della comunità rivierasca titolare del diritto di pascolo o di legnatico. A titolo di esempio ricorda tra i toponimi: Torno, Alpetto di Torno, Molina, Alpe di Molina, Lemna, Alpe di Lemna, palanzo, Alpe di Palanzo, Monte di Palanzo, Careno, Monti di Careno, Carate, Monti di Carate, Colonno, Alpe di Colonno, Ossuccio, Alpe di Ossuccio e si potremmo continuare a lungo. Molto più interessanti appaiono ai nostri fini i toponimi a formante in –asco e taluni altri indicanti terre sterili, la cui dislocazione in margine alle pievi conferma ancora una volta l’ipotesi che essi segnassero a le zone destinate agli usi comuni di uno o più vici ed i confini dei vari ordinamenti politici preromani. Ai confini della Pieve di Nesso: Valle del Gaggio, Rovasco; ai confini meridionali della Pieve di Bellagio: Gallasco, Garnasca, Limontasca; tra la Pieve di Montronio in Castiglione e la Pieve di Isola: Salasco; tra la Pieve di Menaggio e la Pieve di Dongo: Camnasco, Prato; ai margini dell’antica Pieve di Olonio: Olgiasca, Perdonasco, Temnasco, Cresciasca; in fregio alla Repubblica delle Tre Pievi: lungo i Monti di Dongo e Gravedona, troviamo Catasto, Criasco, Uriasco, Camedasco, Pizzo Cavregasco, Val di Bares, Bares, Bar, Barro; tra le Pievi di Dongo e Gravedona: Fiasco, Caiasco, Ternasco.

Questa sommaria ricostruzione geo-toponomastica consente all’autore di formulare, con l’ausilio delle fonti letterarie, qualche ipotesi sulle condizioni economico-sociali della regione. Innanzitutto la frequenza delle aree compascuali, oltre ad essere un retaggio vivissimo delle antiche consuetudini comunitarie, rispecchia alcune fondamentali esigenze agricole: le terre destinate a coltura e dissodate secondo le pratiche del debbio, con il fuoco dunque, dovevano necessariamente essere lontane dai centri abitati e dal bestiame, ed infatti i toponimi che ricordano questa tecnica (Ronco, Brusa, Brusadell, Brusada, Boscarso, Pizzo Bruciato, Brusabosco, Brusché, ecc.) sono ai margini della presumibile comunità vicina. La pratica del debbio "a fuoco corrente" consiste, infatti, nella bruciatura degli sterpi e dell'erba secca residua del pascolo autunnale per ripulire il prato e concimare blandamente il terreno con le ceneri. Del pari lontane dai terreni coltivati dovevano essere le zone di pascolo, per impedire agli armenti di sconvolgere le colture; tale esigenza potevano assolvere molte delle località con formante in –asco, -asca (si noto che in dialetto comasco al suffisso –asc è legata l’idea del pascolo ed askulà è ‘il pascolare’, senz’altro i toponimi Gerbo, Gerbett, Gerbone (dall’aggettivo lombardo zerb (acerbus) ‘terreno incolto, sodaglia’, dal ligure sèrbu ‘terreno incolto’), Pradera, Patura, Monte Prato e tutti i Monti (rilievi e avremo soprattutto il termine alpe, oppure piccole alture nel piano, unico non molto esteso ricettacolo per le greggi, in mezzo ai fertili campi coltivati).

Non dovevano mancare, anche nell’ambito di una stessa comunità castellare, e fermo restando il carattere assolutamente pacifico dei Comenses, condizione e conseguenza ad un tempo della loro opulenza, guardiole, posti di avvistamento, di rifugio per uomini e animali; potrebbe testimoniarlo nell’ambito delle tre pievi esaminate, l’ordinata distribuzione di toponimi del tipo Caslino, Caslascio, Castelletto, Caslass, Castellazzo, Castellaccio, Castello. Questi toponimi risalgono ad epoca più recente rispetto a quella considerata da Luraschi e spesso celano l’esistenza di fortificazioni romane e medievali, ma ciò conferma l’ipotesi che tali località, in genere sopraelevate e ben protette, possano aver avuto una funzione difensiva anche in epoca preromana. In altre zone questa circostanza è stata verificata. Il quadro toponomastico appena delineato riflette il notevole sviluppo e l’organizzazione delle attività agricole nella zona e del resto basta ricordare ciò che dicono le fonti antiche per verificarlo nei minimi particolari. Fu la conquista della tecnica del maggese, unitamente alla nuova fonte di ricchezza costituita dai commerci, che stabilizzò definitivamente gli insediamenti preromani e ne accellerò le trasformazioni politico-sociali.

Luraschi ritiene che raggiunto un tale livello, le caratteristiche economico-demografiche dell’ager Comensis perdurarono pressoché inalterate nei secoli, fino ai giorni nostri. È significativo, ad esempio, come la costituzione viciana, articolata in piccoli, ma compatti nuclei personali e patrimoniali, seppe resistere in ogni epoca all’invasione del latifondo. In base alla toponomastica si può escludere che la grande proprietà terriera fosse diffusa, in età romana, nel Comasco; dove sono rari i caratteristici prediali romani in –anum ed in –acum indizi dell’esistenza della grande proprietà romana e che abbondano appena oltre i limiti della pertica comense (fra i tanti, Vedano, Veniano, Gerenzano, Ceriano, Cesano, Intimiano, Cassano, Anzano, Mariano, ecc.). Anche il territorio lariano ha consciuto l’organizzazione prediale romana, forse qualche vasta villa rustica, ma ciò fu un fatto sporadico piuttosto che economico. Località che portano un chiaro gentilizio romano sono abbastanza frequenti anche sulle sponde lariane e nelle loro con valli, dove un latifondo produttivo è assolutamente impensabile.

 


[1] LURASCHI G., Storia di Como Antica. Saggi di archeologia, diritto e storia, Como1999.

 
 

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