Storia di una speràda. La raggiera dei Firlinfeu di Pusiano in 36 scatti

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Costruzione di una speràda Costruzione di una speràda Giulia Caminada

Storia di una speràda.

La raggiera dei Firlinfeu di Pusiano in trentasei scatti.

Giulia Caminada

Il presente contributo è uscito nei Quaderni del Museo Civico di Erba, dicembre 2013

 

 

Storia della speràda. Per i più giovani la speràda è un ricordo manzoniano di liceale memoria, ornamento tutt’al più legato a qualche immagine di gruppo folcloristico locale. Eppure c’è stato un tempo nel quale l’ornamento, nella sua composita nomenclatura di spilloni d’argento confitti nelle trecce avvoltolate intorno alla nuca, era portato quotidianamente in varie aree dell’Italia settentrionale e della Svizzera lombarda, a caratterizzare l’acconciatura e la condizione sociale di molte donne lombarde. Non è possibile ricostruire un quadro certo circa il tempo e i fatti che l’hanno portata in uso, considerato che le ricerche svolte in passato su questo ornamento sono episodiche e frammentarie. La tematica dell’origine di questo particolare argento da testa potrebbe acquisire un suo interesse specifico nell’ambito degli studi sul costume popolare, ma la tradizione è perduta e manca - o se ne ritrova in scarso numero - la materia prima, le speràde. Molti esemplari potrebbero essere andati perduti per le vie più diverse, sia perché consegnati come “oro alla patria” durante il periodo fascista, sia perchè donati ad istituzioni che potrebbero poi aver provveduto a fondere e a riutilizzare il materiale in altro modo. Spesso mi sono interrogata su quanto massicciamente fosse realmente diffuso questo ornamento, che la tradizione popolare vuole come proprio di ogni fanciulla in età da marito, in quanto le speràde note, rintracciabili presso istituzioni e musei o privati, sono – ad oggi - numericamente esigue. Secondo la tradizione popolare, la speràda accompagnava la vita della ragazza, scandendone i momenti più importanti, e dichiarando alla società in cui essa viveva quale fosse in quel preciso momento la sua condizione sociale e civile, rivelando – qualche volta - anche molto sui rapporti familiari e sociali. Ma quale sia l’origine di questo popolare oggetto di distinzione e quale fu il suo periodo della sua nascita è ancora oggetto di riflessione. In particolare, le nebbie avvolgerebbero il momento in cui gli spilloni da testa – che si ritrovano ripetutamente nelle varie epoche storiche  e in aree geografiche molteplici – diventano ornamento composito, cioè speràda. Sembra tuttavia accertato che le ultime speràde siano state in uso fino ai primi del novecento e la rappresentazione iconografica più antica dell’ornamento risale ai primi dell’ottocento del diciannovesimo secolo, benché Manzoni, con i suoi I Promessi Sposi, la dica in uso nella società lombarda del seicento.

Le testimonianze figurative dimostrano che la speràda era oggetto di uso corrente nella società contadina. Sono numerose le raffigurazioni dell’ottocento che la accompagnano a figure di donne impegnate in attività quotidiane come la mungitura, il lavoro in filanda, il baliatico.  Per le balie brianzole che si recavano a Milano a prestare servizio in case signorili rimase una sorta di segno di riconoscimento anche dopo gli anni venti del novecento, quando le altre categorie ne avevano smesso l’uso, e divenne un loro elemento identificativo. In una nota del romanzo L’Adalgisa (disegni milanesi), C. E. Gadda fa chiaro riferimento all’usanza, a fine ottocento, delle balie degli agiati milanesi di portare ancora la speràda brianzola descritta dal Manzoni. Interessante però il contesto nel quale l’ornamento è ora inserito. Le balie la indossano perché le famiglie ostentano in tal modo ricchezza e prestigio e la speràda dà alla balia l’immagine della donna in buona salute, tutta dedita alla cura dei piccoli della famiglia. Insieme agli altri componenti dell’abbigliamento la speràda diventa un addobbo di categoria che identifica e desessualizza le balie stesse.

La speràda in trentasei scatti. Carica di significati simbolici nella Lombardia contadina fino ai primi decenni del novecento, sembra documentato il suo utilizzo nell’ottocento e il suo progressivo disuso, anche se negli ultimi decenni abbiamo assistito a una risemantizzazione e a un revival dell’ornamento. Risemantizzare, in ambito linguistico, significa attribuire un nuovo  significato,  in sostituzione o accanto  al vecchio,  a materia lessicale  preesistente. E così la speràda, al giorno d’oggi, lontana dal suo significato originario perché slegata dal suo contesto d’uso quotidiano ne ha acquisito un altro: è diventata un simbolo di continuità con valori di un passato non troppo lontano e ancora vivo nell’immaginario collettivo, ma anche uno strumento commerciale e di comunicazione alla massa. Un archetipo cui collegare un passato idealizzato, un simbolo visto come espressione di un sentimento d’identità, capace di legare una società alla propria storia. Il revival, invece, è da intendersi quale riscoperta dell’interesse per costumi, usanze e tendenze artistiche ritenuti non ancora troppo lontani da essere scomparsi. La speràda vivrebbe così di nuova vita nel mondo attuale, seppur in ambienti diversi dal suo contesto d’uso originario. Oggetto dalla forma facilmente riconoscibile, è un simbolo per il suo tempo il cui alone poetico e sentimentale permane ancora oggi. Un ornamento d’altri tempi a cui voglio idealmente ritornare con le trentasei fotografie che presento in questa cronaca per immagini della costruzione di una speràda. La speràda de “I Firlinfeu” si configura come un esempio di risemantizzazione dell’ornamento non solo dal punto di vista simbolico ma “materiale”, se consideriamo il fatto che le originali sono state fuse per argentare le altre, di nuova costruzione in ottone, ad uso attuale del gruppo.

Un reportage fotografico in bianco e nero che ripercorre la storia delle speràde fatte dall’argentiere Lazzaro Trezzi di Albese con Cassano, in provincia di Como, più di trent’anni fa, per il Gruppo Folkloristico “I Firlinfeu” di Pusiano (Co)[1]. In compagnia del nipote Mario Gatti, dell’Argenteria Trezzi, e di Angelo Colombo, storico del gruppo “I Firlinfeu” e nipote del fondatore dello stesso, la storia dell’ornamento sembra prendere vita nella bottega artigiana di Albese. L’attuale speràda indossata dalle donne del gruppo è stata rifatta, agli inizi degli anni ottanta del novecento, su modello di una speràda originale d’inizio secolo appartenente al gruppo. Già al tempo della sua fondazione (nel 1927) il gruppo possedeva  alcune speràde originali, colate per recuperare l’argento per ricoprire la nuova serie di speràde fatte dal Trezzi ad uso delle donne del gruppo folcloristico. Qualcuno ricorda che nel 1975 il gruppo era composto da una cinquantina di elementi e che il balletto – che prevedeva per le donne l’acconciatura con la speràda - era fatto da sei/otto coppie. Il che equivale a dire che le speràde originali possedute dal gruppo dovevano essere, a quel tempo, almeno sei/otto, una per ciascuna donna della coppia. L’argento recuperato dalla fusione delle speràde originali è stato poi utile a ricoprire le dieci/dodici speràde di ottone argentato in uso ancora oggi nel gruppo e una delle quali è il soggetto del nostro reportage fotografico. Le speràde del Trezzi sono montate a modulo fisso e rigido, in un unico blocco, applicabili ai capelli raccolti in chignon mediante una grande “molletta” saldate dietro l’ovale posizionato al centro dello spuntone orizzontale.

Poche ore nell’Argenteria Trezzi con una macchina fotografica diventano il tentativo di trovare le parole giuste e le immagini adatte a raccontare la costruzione dell’ornamento quasi in tempo reale. Una finzione che potenzialmente ci permette di tornare ai tempi nei quali la speràda era in uso. Trentasei scatti che sembrano voler prendere il posto della tradizione perduta e della materia prima che manca. Quasi a far parlare l’oggetto, perché le cose parlano e raccontano, col loro muto linguaggio, quello che le parole non sanno più dire. Ecco, allora, scorrere davanti a noi una serie di immagini che ci portano al di fuori dal tempo, dentro il procedimento che ha portato all’ideazione e alla fusione delle spadine di ottone, al loro diventare speràda e alla successiva argentatura.

All’oggetto affiancherò rimasugli di parole atte un tempo a designarlo e ora, per lo più, dimenticate o usate in modo improprio. Hanno perso il loro valore d’uso perché non vivono più nel contesto che le ha generate ma racchiudono potenzialmente in sé la storia rarefatta dell’ornamento. È una ricerca fra quello che resta, un tentativo di dare un senso a ciò che un senso l’ha perso e non l’ha più, caduto nel dimenticatoio del tempo. Ma la percezione resta comunque quella di arrestarsi sull’orlo della voragine, che manda a noi la sua eco senza riuscire più a scrutarne le profondità del mistero delle sue origini.

Ferrare la sposa. A Lecco, i termini che la designano sono speronàda o sperunàda ‘speronata’ di cui il termine speràda è una contrazione,e guàzz, cuàzz, coàzz; A. Giacosa, nel 1938, la denomina spadinéra. I cuàzz (sost. masch. pl.) è termine del dialetto lombardo che deriva da coàzza ‘chioma intrecciata’, che potrebbe essere una derivazione del milanese coazzone, acconciatura femminile di derivazione iberica riproposta intorno agli anni ottanta del XV secolo da Beatrice d’Este. C. Cantù parlando dei costumi brianzoli, a riprova della milanesità della voce coàzz, nella Grande Illustrazione del Lombardo Veneto, scrive che gli antichi statuti milanesi vogliono che la meretrice «ne portet nec portare possit coatias pemndentes». I coàzz, come conferma F. Cherubini nel Vocabolario milanese-italiano, erano due trecce che le donne milanesi e brianzole arrotolavano sulla nuca formando il michèn, una specie di chignon dalla vaga forma di piccola pagnotta. Abbiamo poi altre varianti locali a indicare la speràdagir, giròon, coo d'argént, spazzaurécc, raggia; raggiera è il termine spesso utilizzato in italiano, per definirla.

Da rilevare che il Cherubini, nel quarto volume dell’edizione del 1843 del suo Vocabolario, distingue fra la speràda (che definisce come: s.v. speronàda vera e propria «numerosissima di spilli etc.») e il coo d’argent (da lui detto: «poco numeroso di siffatte galanterie»). Indicazione senz’altro di rilievo di un fenomeno di mutamento e precisazione funzionale in atto a quel tempo. Interessante anche notare che la voce è assente dall’edizione del 1814 dello stesso Vocabolario.

Col tempo i termini coàzz e speronàda, che definiscono due cose ben distinte tra loro, finirono col fondersi e con l’amalgamarsi a tal punto che – forse anche per quella voglia di sintesi esasperata che contraddistingue le parlate lombarde – la prima divenne sinonimo della seconda e si cominciò a chiamare coàzz tutto l’ornamento compreso di trecce, chignon e spilloni d’argento. Il termine coàzz, che inizialmente era utilizzato per indicare le due trecce fondamentali in cui venivano raccolti i capelli, successivamente passò ad indicare tutta l’acconciatura.

Nel mondo popolare i gioielli rappresentano importanti simboli di raggiungimento di una tappa della vita, indicatori di status rituali. Gli ori erano il segno distintivo della donna sposata e “l’indoratura” della ragazza corrispondeva al suo prossimo mutamento d’identità. Rientrano nei rituali di fidanzamento perchè lo scambio di doni unisce, creando legami basati su un obbligo di reciprocità. Il giorno della promessa formale, la ragazza riceveva l’anello di fidanzamento. Lo sposo, da solo o accompagnato dai genitori, rarissime volte dalla futura moglie, si recava dal più vicino orefice ad acquistare l’argento col quale zujà la sposa ’ingioiellare la sposa’; quando veniva acquistato, unito a quel che di prezioso la sposa già possedeva o riceveva ulteriormente in dono, costituiva il suo zujatich o zujatech. Zujà deriva dal vocabolo zòj che nel quarto volume del Vocabolario milanese-italiano del Cherubini troviamo col significato di ‘gioia’, nell’accezione di ‘gioiello’. Il corredo poteva essere più o meno consistente, a seconda dello stato di agiatezza della famiglia, e fra gli ori acquistati risultano l’anello, gli orecchini e un monile. La consuetudine di offrire doni alla ragazza, in occasione del matrimonio, potrebbe risalire all’antica usanza di consegnare una somma in denaro a chi aveva autorità sulla donna o a lei stessa, il che equivaleva al prezzo da pagare per la donna. Il denaro è stato poi sostituito dai gioielli o da altri doni di fidanzamento che indicano alla comunità che la ragazza era in procinto di maritarsi. Così i preziosi, grazie al loro valore simbolico, identificano socialmente la persona, avviando un rapporto complesso tra l’ornamento, la persona che lo indossa e il resto della comunità. Riguardo alla consuetudine di acquistare gioielli per il corredo della sposa, è interessante la somiglianza linguistica, correlata al mestiere di fabbro, individuata da Arnold Van Gennep nell’analizzare i riti di fidanzamento e di matrimonio.

In Savoia, area geografica vicino al Piemonte, l’atto di recarsi ad acquistare il corredo di gioielli per la ragazza in procinto di sposarsi era detto ferrer l’épuose. Esprimono lo stesso concetto anche enchainer l’épouse e aller chercher les fers mentre i gioielli venivano chiamati le ferrement des femmes, la ferrare, les dours, les ors. In area valdostana ferré la poillèina è una metafora che sta a significare ‘sposare una ragazza’. Anche alcune valli trentine come la Valsugana e la Val di Fiemme utilizzano espressioni quali nferar la sposa e ndorar la sposa. In Trentino (Roncone) feràr la moróśa equivale a ‘regalare l’anello di fidanzamento’ (Zamboni, in St. Anzilotti 436), prim. inferàr (indoràr) la spósa (Tissot), tesin. ‘nferàr, cembr. enferàr la spóśa (Aneggi), valsug. (n)feràr la sposa (Prati 112), it. feriare ‘far festa’. Questa pratica è stata interpretata in ambito antropologico come un rito simbolico di appropriazione della sposa da parte del futuro marito, attraverso la consuetudine di dotarla di altri gioielli, simboli rappresentativi del legame che si sta venendo a creare e del conseguente assoggettamento femminile all’uomo nella ripartizione dei ruoli sociali. Si viene così ad instaurare una relazione diretta tra l’atto di “ferrare la sposa” e quella di dotarla di ornamenti metallici. Ad avvalorare questa tesi si deve considerare la stretta relazione esistente in passato tra i mestieri di orafo, gioielliere, fabbro e maniscalco: questa tradizione ha radici molto antiche nei miti della metallurgia di tutti i popoli e si ritrova molto spesso anche nelle leggende e nei racconti tradizionali. Un’espressione linguistica usata in alcune regioni scandinave e della Germania settentrionale mostrava un accostamento diretto tra il cavallo che sta per essere ferrato e l’uomo in procinto di sposarsi: il cavallo quando viene ferrato non è più libero, così come l’uomo con il rito del matrimonio si lega stabilendo un vincolo.

Van Gennep interpreta questa pratica come un rito simbolico di appropriazione della sposa da parte del futuro marito e “ferrare” verrebbe così a configurarsi come sinonimo di “sposare”. Si consideri, inoltre, che i capelli femminili hanno un forte potere seduttivo. La tradizione voleva che le donne sposate portassero i capelli raccolti o legati. Probabilmente non è un caso che il futuro marito doni alla futura sposa un ornamento attraverso il quale raccogliere i capelli dopo il matrimonio, per limitarne così il potere seduttivo. Lo spillone crinale è stato anche visto da alcuni studiosi come simbolo dell’imposizione del potere maschile sulla donna.

Se “l’indoratura” della ragazza corrispondeva al suo prossimo mutamento d’identità, il coàzz assume nella cultura popolare lo stesso significato perché rappresenta, nelle varie età della donna, una fase di passaggio intermedio, dall’infanzia all’adolescenza, una specie di piccola conquista, di riconoscimento ufficiale dell’avvenuta crescita. Infatti, la tradizione vuole che quando la ragazza poteva non portare più le trecce sulle spalle ma le avvoltolava intorno allo spuntòn ‘spuntone’, regalatole dai genitori, diventasse una “ragazza da marito”.

La speràda come dono di nozze. In realtà ci sono state tramandate varie ricostruzioni del modo in cui una ragazza riuscisse a comporre la sua personale speràda. Una base piuttosto certa che accomuna le varie versioni racconta che il futuro fidanzato le avrebbe regalato le spadine e da quel momento sarebbe diventata una “promessa sposa”. Durante gli anni del matrimonio e all’arrivo dei figli, il marito avrebbe continuato a regalarle i cucchiaini, fino a un numero complessivo anche di una cinquantina di spadine e di cucchiaini, per circa mezzo chilo d’argento sulla testa. I Bèj di Erba, noto gruppo folkloristico locale, raccontano che le madri concedevano alle figlie de fa i coàzz ‘di fare le trecce’, solo dopo che queste avevano ricevuto la prima Comunione eucaristica, quindi verso i nove o dieci anni. Quando le ragazze arrivavano in età da marito potevano ornare i loro coàzz con lo spontone d’argento e ciò equivaleva ad un’altra promozione: la ragazza era finalmente entrata a far parte del mondo degli adulti e lo spontone, infilzato nella crocchia, segnalava la disponibilità delle fanciulle a contrarre matrimonio. Le ragazze un po’ più vanitose delle altre, o che avevano una migliore condizione economica, se non riuscivano a resistere alla tentazione di infilarsi tra i capelli qualche spillone in più, potevano ricorrere a un ripiego, adottando una speràda composta da pochi e modesti spilloni, che veniva appena tollerata come ornamento delle nubili ed era chiamata coo d’argent ‘testa d’argento’. Al momento del loro matrimonio le donne ricevevano, finalmente, in dono dal marito la speronàda d’argent ‘la raggiera d’argento’. Più cresceva il numero degli spilloni, più era ragione di vanto per il marito che, mettendo sulla testa della propria donna tutto l’argento che poteva, affermava orgogliosamente il suo status. Le mogli di certi ricchi contadini, i cosiddetti  paisan sciuri, potevano ornarsi anche con un doppio giro di spilloni, arrivando a possederne fino a cinquanta o sessanta. Questo confermerebbe ulteriormente che la speràda era un ornamento composito, con funzioni di oggetto di distinzione e importanti legami con i meccanismi di trasmissione della dote e i riti di passaggio relativi alla condizione femminile, tanto che alcuni cambiamenti nell’abito e nella speràda avvenivano nell’età puberale, legata alla fecondità, soprattutto, nel periodo del fidanzamento e del matrimonio. Molte donne ambivano tenersi questa acconciatura sino alla vecchiaia e allora la speràda è come una corona, simbolo di potere nella famiglia patriarcale: la regiura ‘suocera e madre’ dominava incontrastata una gerarchia di nuore e figlie zitelle che a lei dovevano obbedienza e rispetto, così come i maschi dovevano rispettare la sudditanza nei confronti del regiù ‘vecchio padre’. La vecchia regiùra più agguerrita e tenace, smetteva di portare la speràda solo in caso di vedovanza. E ancora nell’immediato secondo dopoguerra era possibile incontrare anziane donne brianzole con la nuca calva per aver portato per lungo tempo l’ornamento.

Anche Giacosa dice che la speràda della giovane sposa del contadino benestante era ricchissima di spadine e cita M. Gioia che scrive che la speràda è uno dei primi elementi dell’agiatezza brianzola, «poiché i mariti raddoppiano la lena del lavoro per procacciare i mezzi di mantenere questa decente pulitezza».

Qualche conclusioni. In questo contesto può essere ben collocarsi la nostra speràda,  che richiamandosi alla metafora dello sperone risulta concettualmente tangenziale alla ferratura del cavallo, e soprattutto a les dours. E questo spiega perché l’ornamento, che ben si può ascrivere agli status symbol ante-litteram e che trovava ragion d’essere nel complesso del costume popolare, può diventare la storia della vita di una donna. Non era soltanto un’acconciatura ma aveva un valore sociale importante e preciso, divenendo così un modo per far capire la condizione di ogni donna: da sposare, promessa sposa, sposata, sposata con figli.

Un oggetto costoso che tende a mostrare esteriormente che il possessore ha raggiunto un determinato status sociale o un livello di ricchezza personale o di potere. Di affermazione per una donna, che la faceva distinguere e omologarsi, facendosi accettare dallo strato sociale a cui apparteneva o nel quale desiderava inserirsi. Uno status symbol che assolve a una funzione simbolica, insomma.

Avere uno status symbol semplifica le cose, non bisogna far fatica a presentarsi, non c’è bisogno di far conoscere se stessi attraverso il comportamento, attraverso discorsi, appuntamenti, uscite; basta farsi vedere un po’ in giro, oppure spargere la voce e ci si è presentati in un batter d’occhio. Avere uno status symbol mostra la nostra corazza, la parte esterna che serve per far vedere ciò che vorremmo. Gli status symbol sono subdolamente utili perché ci fanno competere, ci invogliano a fare progetti, puntare su obiettivi ben precisi, per esempio risparmiare per una bella speràda (un tempo) o per una bella borsa (oggi).

La speràda però, al contrario di quanto accade oggi, non aveva vita autonoma, non era oggetto-feticcio, ma faceva parte di un sistema di valori integrato che era culturalmente condiviso. Il valore della figura femminile non era dato, ad esempio, dalla sola acconciatura, ma dal sistema di rapporti che questa configurava, sia da un punto di vista visivo, sia da un punto di vista ideologico e simbolico, nell’insieme del costume. L’armonia dell’insieme prevedeva, ad esempio, la camìsa ‘camicia’, i söpei ‘scarpe fini’ e lo scosàl ‘grembiule’ ricamato, e la stessa speràda non sarebbe stata adeguatamente apprezzata senza i fazzoletti da gesa ‘di chiesa’ che connotavano (e rendevano riconoscibile) la donna vista da dietro, nella forma di una raggiera (la speràda) aggettante un cerchio (la testa), poggiato sull’ipotenusa di un triangolo isoscele a punta in giù (il fazzoletto da spalla della festa)[2].

Con la speràda de "I Firlinfeu" di Pusiano ci troviamo invece di fronte a un processo di risemantizzazione dell’ornamento. Attraverso il mezzo fotografico assistiamo alla nascita fisica di una speràda che deve vivere in un contesto diverso rispetto a quello delineato per i tempi nei quali la speràda era in uso. Lontana dal suo significato originario ne acquisisce un altro, divenendo ornamento, ‘addobbo’ distintivo di un gruppo folcloristico locale, simbolo di continuità con un passato ancora vivo nell’immaginario collettivo e mezzo di comunicazione alla massa. Le trentasei immagini di Storia di una speràda vogliono narrare il quotidiano, quello che era è quello che è, per spiegare i fatti della cultura e della storia. Richiamano alla coscienza simboli e archetipi, descrivono una condizione personale e collettiva, attivano emozioni, affetti, memorie: il sistema dei valori e dei significati collettivamente assegnati all’oggetto rappresentato. Un tentativo di ritrarre gli uomini e la loro cultura nel divenire del tempo. La preparazione degli scatti è stata accompagnata da un dialogo a più voci e da una ricerca sull’ornamento durata più anni.

In particolare, gli scatti sono stati fatti per il gruppo de “I Firlinfeu” di Pusiano e per gli artigiani dell’Argenteria Trezzi, nel tentativo di relazionarmi a persone in grado di valutare l’armonia dei contenuti della rappresentazione e la congruità con cui le diverse immagini compongono l’insieme della storia della sua costruzione. Sono il tentativo di scoprire una realtà con occhi nuovi, proiettandosi in uno spazio che trascende la realtà concreta delle cose.

Barni, 13 ottobre 2013

[3].


[1] Nel sito della Federazione Italiana Trazioni Popolari (FITP) è riportato che <<Il Gruppo Folkloristico "I Firlinfeu" di Pusiano fu fondato nel 1927 dal cav. Rossigni e tutt'ora mantiene la precisa funzione artistico- culturale di conservare e trasmettere musiche e danze contadine, con il melodioso suono dei flauti di Pan o "firlinfeu". Il Gruppo si compone di suonatori e ballerine, i quali indossano i caratteristici costumi dei giorni di festa, dei contadini brianzoli del 600/700, ispirati ai personaggi manzoniani di Renzo e Lucia. Ascoltando "I Firlinfeu", si viene trasportati in un mondo dove spazio e tempo assumono le dimensioni della gioia contadina e della serenità agreste e si riscoprono valori ormai scomparsi>>. Si aggiunga che a questo gruppo, sin dalla sua fondazione, partecipavano i gruppi familiari ed era possibile trovare nel gruppo componenti di un’intera discendenza familiare, dal nonno al nipote. Questo avrebbe favorito l’acquisizione da parte del gruppo di alcune speràde appartenenti alle diverse famiglie. Dalla seconda metà degli anni settanta la partecipazione al gruppo ha iniziato a scemare.

 

[2] Fra i riferimenti bibliografici si vedano: Baldini M., Baldini C. (a cura di), Il linguaggio dei capelli, Armando Editore, Roma 2004; Caminada G., L’argento, gli spadini e le calze ai ferri del vestire popolare, in «Brianze», n. 35, luglio 2005; Caminada G., Tratti comuni e trasformazioni dell’abbigliamento popolare lombardo tra Ottocento e Novecento. L’inchiesta Scopoli, in  «Canturium», n. 19, Cantù (Co),  Anno VI, gennaio 2009; Caminada G., Tratti comuni e trasformazioni dell’abbigliamento popolare lombardo tra Ottocento e Novecento, in  «Canturium», n. 20, Cantù (Co),  Anno VI, aprile 2009; Caminada G., Vestiario popolare lariano, Nodo Libri, Como 2011; Campione F. P., La sperada. Ricchezza delle dame brianzole, «Brianze», n. 35, Briosco (Mi),  luglio 2005; Cantù C., Grande Illustrazione del Lombardo Veneto; Cherubini F., Vocabolario milanese-italiano; Ciambelli P., L’ornamento prezioso. Una raccolta di oreficeria popolare italiana ai primi del secolo, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari, Roma 1986; Gadda C. E., L’Adalgisa (disegni milanesi); Giacosa, A.  Tradizioni e costumi del Lario, O.N.D., La Provincia di Como, Como 1938; Gioia M., Statistica del Dipartimento del Mincio, Milano 1838; Squicciarino N., Il vestito parla. Considerazioni psicologiche sull’abbigliamento, Armando Editore, Roma 1986; van Gennep A., I riti di passaggio, Ed. Bollati Boringhieri, Torino 2002.

[3] Ringrazio Lidio Ramon e Angelo Colombo, componenti del gruppo “I Firlinfeu” di Pusiano, che sono stati di fondamentale importanza nella ricostruzione della storia delle speràde del gruppo; Barbara Cermesoni, Conservatore Museale presso Civico Museo di Erba, che ha favorito la pubblicazione di quest’articolo; Mario Gatti, dell’Argenteria Trezzi di Gatti Mario e Locatelli Luca di Albese con Cassano, che si è reso disponibile a raccontare il procedimento che ha portato alla costruzione della speràda de “I Firlinfeu”.

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