Poesia a Braccio, Rieti

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Poesia a Braccio, Rieti Foto Darwin Lega

Testimone della Cultura Popolare nel 2005 ®

 
La poesia estemporanea, o poesia a braccio, rappresenta nel contesto culturale italiano un’arte antica, un fenomeno di grande interesse storico, antropologico e letterario.

Questo gruppo è formato da persone in grado di improvvisare poesie seguendo le rigide regole dell’ottava rima (la stessa della Divina Commedia o della Gerusalemme Liberata), solitamente passandosi la palla senza mai perdere il filo della composizione. Tra i più anziani poeti a braccio molti sono pastori, perchè trascorrendo le giornate tra le greggi hanno potuto leggere classici come Dante, Ariosto o Tasso.

Oggi in pochi conoscono i complessi meccanismi della poesia a braccio, ma fortunatamente non mancano giovani che, con l’aiuto costante dei maestri, potranno diventare gli eredi di questa tradizione.

Il Gruppo è stato premiato come Testimoni della Cultura Popolare 2005 ® per la Provincia di Rieti.

 

Oggi, in quali occasioni e come si fa il canto a braccio? Il luogo è ancora l’osteria, dunque quasi esclusivamente al maschile? (...)

"Sì, la palestra rimane l’osteria, anche se adesso può capitare che ci sia qualche donna; ma proprio poche. Il periodo migliore, un tempo era dall’autunno inoltrato fino a primavera, quando i lavori subivano la sosta delle stagioni. Allora ci si ritrovava lì tutte le sere. Oggi sono cambiati i costumi, è cambiata la società, è cambiato il modo di trasmettere. Le occasioni rimangono essenzialmente le serate delle feste patronali. Un tempo si facevano le serenate e se la ragazza accettava, accendeva la luce, oppure mostrava il fazzoletto: erano segnali molto significativi per il corteggiatore. Un’altra tradizione importante, che è finita nel dopoguerra è il “ballo del canto” dove c’era spazio sia per chi voleva cantar amore, sia chi voleva cantar dispetto, verso chi gli stava antipatico. Si poteva fare alle feste, oppure all’uscita dalla messa, o quando si andava a prendere l’acqua alla fonte. Il ballo del canto era una sorta di corteggiamento, fatto in versi. Si faceva avanti la donna, che andava verso il cavaliere; esponeva ciò che doveva al suono della saltarella e quindi con un accompagnamento a organetto o a ciaramella, la zampogna. Poi gli rispondeva l’uomo. I versi potevano essere pungenti e pieni di risentimento per incomprensioni o torti subiti, oppure vere e proprie dichiarazioni d’amore."

"Si tratta proprio di epoche diverse – aggiunge Alessio – lo posso dire perché le ho vissute sulla mia pelle. La mia infanzia, fino a 15-20 anni, è appartenuta a un’epoca che aveva abitudini e costumi completamente diversi. Poi è intervenuto un cambiamento profondo. È come avessi vissuto due vite. Su questo argomento ho scritto una poesia che è venuta fuori quando ho avuto il computer, Internet. Avevo in testa le parole tradizionali del posto e ricordavo mia nonna che quando si riferiva a una persona colta, diceva sempre “quigliu c’ha l’internacchiu!”, quello ha l’intelletto! Allora ho associato “Internacchiu” a Internet e ho costruito un testo con le prime due ottave in dialetto – perché riguardano l’epoca della mia infanzia –, poi le due ottave di Internet in italiano e infine due ottave di interpretazione personale, di morale della favola."

Tratto da Valter Giuliano, "Canti, Pupi e Tarante, Incontri con i testimoni della cultura popolare", pubblicazione del progetto editoriale della Rete Italiana di Cultura Popolare.

 

Il video è autoprodotto dalla Rete Italiana di Cultura Popolare. Riprese effettuate il 30 Luglio 2006, presso il Borgo Medievale, Torino, all'interno del Festival Internazionale dell'Oralità Popolare 2006

 

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