Alberto Mario Cirese è stato il tessitore degli studi universitari che chiamò ‘demoetnoantropologici’. Questi studi avevano una tradizione legata agli intellettuali dell’800 e al dibattito sull’unità nazionale e le culture locali, ma divennero formalmente discipline universitarie nell’Italia del secondo dopoguerra: storia delle tradizioni popolari, etnologia, antropologia culturale. Nel cercare la loro unità, oltre il nome che aveva costruito, Cirese diceva che l’etnologia riferita agli studi sulle civiltà non occidentali, e la demologia riferita alle culture popolari dei paesi avanzati facevano riferimento al proverbio ‘paese che vai usanza che trovi’, mentre l’antropologia culturale corrispondeva al proverbio ‘tutto il mondo è paese’. Gli studi demoetnoantropologici dunque come studi delle invarianze e delle differenze di cultura. Cirese definì il suo progetto scientifico negli anni successivi alla fine del fascismo nel dialogo con le culture locali: il Molise di suo padre Eugenio, poeta in molisano, la Sabina e la piana di Rieti, terre in cui visse e luoghi di lotte sociali e di cultura contadina, ma lo definì anche nel rapporto con intellettuali attenti alla cultura popolare come Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini. Dalle sue prime esperienze universitarie a Cagliari negli anni ’50 a quelle degli anni 70 a Siena e poi a Roma dove gli è stato riconosciuto il titolo di professore emerito, ad oggi - o meglio al 1 settembre in cui è morto - Cirese ha lavorato sempre con sistematicità e passione su temi che vanno dalla poesia popolare, alla storia degli studi, ai musei, alla parentela, ai sistemi calendariali, al rapporto antropologia- letteratura, antropologia e informatica, producendo saggi magistrali e intensissimi libri e ha lasciato a diverse generazioni un metodo, una ricerca di rigore che hanno plasmato l’antropologia italiana, sottraendola al dilettantismo degli studi locali e all’uso ideologico delle identità. Era nato ad Avezzano nel 1921, e si sentiva un po’ abruzzese, un po’ sabino, un po’ molisano, un po’ sardo, ma anche messicano ( a Città del Messico fu apprezzatissimo visiting professor) , Taranto – dove ha lavorato a un museo delle tradizioni – lo ha riconosciuto cittadino onorario. Agli studi sulla cultura popolare ha dato fin dagli anni ’50 contributi fondamentali, con la rivista La Lapa , con il fondamentale testo universitario Cultura egemonica e culture subalterne (1973, giunto alla 20^ ed.) con i suoi saggi su Gramsci e il folclore e le ricerche sulla poesia popolare e i proverbi. Tra 1969 e 71 ha realizzato una grande ricerca nazionale sulle tradizioni orali non cantate(fiabe e altre narrazioni) che è patrimonio dell’Istituto nazionale per gli audiovisivi. I suoi studi e la sua vicenda di ricercatore sono ricordati e sintetizzati nel volume Scritti e altri lavori di Alberto Cirese, con bibliografia a cura di Eugenio Testa e note di Giulio Angioni, Piergiorgio Solinas e Pietro Clemente, il libro è stato pubblicato da Olschki (Firenze) a giugno di quest’anno, in occasione dei suoi 90 anni.






