Un’intensa amicizia mi ha legato a Giovanni Coffarelli per decenni, eppure ora che mi trovo a scrivere sulla sua scomparsa, mi sembra di non poter dire nulla. Gli antropologi pensano in genere che per scrivere occorre avere uno “sguardo da lontano”, sufficientemente distaccato per poter guardare le cose e le persone criticamente. Uno sguardo troppo ravvicinato elude, illude, confonde. È per questo che mi sembra di essere incapace di scrivere di Giovanni? Che infine lo faccio con qualche resistenza, e so che non riuscirò a dire ciò che andrebbe detto di lui, ciò che io potrei dire, avendolo conosciuto così da vicino, da così tanto tempo? O invece è effetto del disagio per il vuoto che Giovanni ha lasciato e della difficoltà a riempirlo di pur necessarie parole?
Della cultura popolare dei paesi vesuviani, Giovanni non ne è stato solo un “portatore” - come si dice con un brutto termine che fa pensare a fatiche e a sforzi per ciò che invece nel caso di Giovanni è stato un godere delle risorse di una cultura profonda. Giovanni è stato animatore di questa cultura. In realtà, nei casi migliori, come questo, un “portatore” di una cultura non si limita a trasmetterla alle generazioni successive, ma la ricrea continuamente, la riadatta ai tempi, la attualizza nello spazio delle relazioni sociali nuove che il mutamento storico impone. E’ ciò che Giovanni ha fatto infaticabilmente per più di quattro decenni. Con la modestia di un antico lavoratore, ma anche l’orgoglio di chi sa di rappresentare un ricchissimo patrimonio culturale, egli si è mosso nella sua società locale, attraversando periodi radiosi di effervescenza politica e culturale e periodi bui di imbarbarimento, sempre con la certezza che il patrimonio di cui egli si era reso rappresentante privilegiato e protagonista, potesse fornire occasioni e strumenti per un miglioramento e un avanzamento della società. Negli anni Settanta e in parte degli anni Ottanta del Novecento v’era una diffusa sensibilità collettiva favorevole a una “riattualizzazione” della cultura popolare. In numerosi ambienti culturali e sociali si pensava che il ceppo delle tradizioni contadine potesse validamente fornire innesti per le nuove sensibilità culturali che andavano nascendo. Successivamente, un crescente degrado politico e civile e la diffusione capillare di una cultura di massa di bassa marca televisiva, senza possibilità di riscatto estetico e culturale, hanno offuscato questa sensibilità. Quando poi, dopo il terremoto del 1980, si sono diffusi e imposti modelli locali di comportamento violento e criminale, l’utopico progetto di vincere la battaglia per una costruzione di un “futuro con il cuore antico” è sembrato affossarsi definitivamente. Ma Giovanni non ha mollato. Il suo impegno si è trasformato da una parte in un’impresa di resistenza culturale contro la barbarie crescente, dall’altra si è diretto verso dimensioni più sotterranee, meno visibili, ma più costruttive nei tempi lunghi: il suo lavoro nelle scuole, per la diffusione della musica popolare, ha mirato alla presentazione e appropriazione da parte dei ragazzi delle tecniche musicali e delle forme estetiche delle generazioni passate, perché non solo nelle piazze, al momento della festa, ma anche nel lavoro educativo quotidiano, si ritrovasse lo spazio per la rappresentazione di un’antica pratica culturale, che pur se minoritaria, non era condannata, lui ne era certo, né superata da nuove forme culturali, nessuna delle quali peraltro poteva vantare il suo antico radicamento, la sua forza.
Giovanni era forte nelle sue convinzioni. Forza che gli derivava anche dai continui riscontri che riceveva da eminenti personalità culturali. È nota la sua stretta relazione con Roberto De Simone. A cui si può aggiungere un lungo elenco di studiosi e artisti. Forse è un po’ meno noto chi fu una sua stella polare: Alan Lomax, che nel 1976 a New York gli intimò quasi, di mantenere alta la bandiera della sua cultura popolare e portarla nelle scuole. E lui prese alla lettera questo forte mandato. Con fiducia nelle sue capacità e con una spigolosità di carattere che spesso lo metteva in conflitto nella sua stessa Somma Vesuviana, si dedicò ad un progetto che altri vedevano come sogno o illusione, ma che al contrario diede frutti. E non solo per il riconoscimento che ne ebbe da parte di vari protagonisti della cultura, da professori di università e di scuole ad artisti, da politici a giovani appassionati, ma per ciò che non possiamo vedere come uno spettacolo o una manifestazione, perché appartiene all’ordine del raccolto che matura una stagione dopo la semina: ciò che i ragazzi, ciò che i giovani che gli sono stati vicini hanno maturato, noi non possiamo sapere.
Gli ultimi anni del suo Laboratorio culturale, non a caso intitolato ad Annabella Rossi che lo aveva conosciuto e apprezzato negli anni Settanta, sono stati dedicati con quel rigore quasi calvinista che gli veniva riconosciuto in un territorio poco aduso a queste sensibilità, al suo personale desiderio di radicare in una struttura permanente i risultati dei decenni delle sue attività artistiche e formative. Fino alle ultime ore, fino agli ultimi progetti immaginati, aperti e lasciati ai suoi eredi perché ora che lui non c’è più continuino ad essere vissuti.
Giovanni è stato contadino, poi operaio, infine - fa specie definirlo tale – pensionato. Atipico, attivissimo. Certo non uno studioso di mestiere: di sé diceva, presentandosi al pubblico dei suoi concerti, “io non ho fatto le scuole, non ho una cultura ufficiale”. Era un artista, la migliore “voce” delle tradizioni musicali dei paesi vesuviani. Ma poi è diventato anche altro e più ancora, un elaboratore vero e concreto della sua tradizione culturale, un documentatore e trasmettitore attento ed assiduo. Un “antropologo nativo”.
Lo vogliamo ricordare con un video di una serata di Giugno in cui è stato con la Rete, all'interno del Festival Internazionale dell'Oralità Popolare, del 2008. Insieme a lui abbiamo organizzato un incontro con i Mau Mau, per raccontare la tradizione, dialogando con il contemporaneo, con il futuro...






